DANNI FISICI...

QUANDO LA GUARIGIONE E’ POSSIBILE?

 

Di fronte a malattie o a eventi che cambiano improvvisamente in maniera definitiva o temporanea il corpo (ad es: ictus, aneurismi, incidenti stradali, malattie degenerative, …) il rischio che si corre è quello di considerare solo il proprio corpo “rotto” e bisognoso di cure e la mente può diventare quindi osservatrice disattenta delle proprie emozioni delegando a un corpo già sofferente l'onere di esprimere altro dolore. Forse è più facile dire “mi fa male solo lì”. Ma è possibile guarire curando solo pezzi?

Nella realtà ad un linguaggio emotivo ne corrisponde uno corporeo. Pensiamo all’emozione della paura e della rabbia che questi pazienti “imprigionati in un corpo” spesso sperimentano; quanti sintomi fisici ci vengono in mente: dalla tachicardia alla mancanza del respiro, l'innalzamento della pressione e l'aumento della sudorazione, … ogni dolore fisico, ogni corpo che perde funzionalità, ogni sospetto di non guarigione, paura del futuro e la domanda “chi sono io oggi”, si rendono così visibili durante i processi di recupero. La mente può infatti, influenzare il corpo e svolgere un ruolo determinante nella salute e nella cura della malattia, intervenendo nello svelare e costruire significati che uniscono parti, come la mia esperienza clinica sembra mettere in luce.

 

Quando accadono eventi improvvisi e dolorosi, la mente umana può difendersi dal trauma tramite la dissociazione che Putnam, ha chiamato "la fuga quando non c'è via di fuga ". Questo meccanismo nel negare l'accesso alla consapevolezza preserva la sopravvivenza, allontanandoci dalla realtà quando diventa particolarmente insostenibile e dolorosa; a livello celebrale è stato dimostrato che vi è inoltre una fissazione dei ricordi legati al trauma come tentativi biologici di controllo della paura. La dissociazione diviene patologica nella misura in cui essa non permette di riflettere sui differenti stati della mente entro una singola esperienza di "identità", mantenendo lo stato di non integrazione corpo-mente.

Una recente ricerca di Esther Sternberg riguarda le caratteristiche reazioni come sonnolenza, isolamento, scarso appetito che avvengono quando ci si ammala. “questo tipo di malessere non dipende dalla malattia in sé, ma dall'attività delle citochine del sistema immunitario che interferiscono con l'attività cerebrale [...] queste sostanze influenzano anche la memoria e le capacità cognitive: ecco perchè perdiamo di lucidità quando siamo malati.”

 

Nella mia esperienza clinica con i pazienti il colloquio è solitamente individuale e, partendo dalle condizioni fisiche, giunge ai nuclei sofferenti e all’espressione delle paure legate alla propria immagine corporea e nel tempo, ai vissuti sofferenti a questa correlati. Emerge frequentemente un vissuto di castrazione e di impotenza legata alla malattia/evento. Spesso queste persone necessitano di un aiuto per affrontare la dolorosa elaborazione della perdita temporale o definitiva di una funzionalità corporea.

Come nel corpo, anche nella mente, la prima reazione è il blocco. Riconoscere, ascoltare e accogliere i disagi celati attraverso il supporto psicologico, ha la capacità di favorire il processo di recupero di una condizione di benessere, stimolare le difese immunitarie, catalizzare e fungere da “cuscinetto al trauma” e può intervenire per normalizzare le risposte inibitorie create biologicamente nell'organismo dallo stress subito.

Studi hanno dimostrato che situazioni di stress (fisico, psicofisico, emozionale) possono allo stesso modo influenzare il sistema endocrino. Tali reazioni dipendono dalla durata e dalla quantità di ormoni immessi in circolo. Durante la fase acuta, l'aumento dell'attivazione biologica funge da stimolatore del sistema immunitario con funzione protettiva mentre, in condizioni di stress cronico, alti livelli sopprimono la risposta immunitaria con meccanismi simili a quelli che si realizzano negli stadi infiammatori. Biologicamente la paura, nello specifico di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, agisce attivando l'amigdala che coinvolge altre aree di risposta allo stress: la sostanza grigia centrale che produce una reazione di “congelamento”, l'ipotalamo laterale che attiva il sistema circolatorio innalzando anche la pressione arteriosa e una riposta sugli assi deputati alla produzione di ormoni; le conseguenze si manifestano, pertanto, in tutto il corpo.

Per cui accogliere le ansie, le preoccupazioni e le paure nei tempi in cui si sviluppano può consentire di prevenire lo sviluppo di meccanismi patogeni e lo strutturarsi di maggiori difficoltà per la persona nel percorso di guarigione, ponendosi ad integrazione tra sistemi altrimenti fermi e non comunicanti.

Nel trauma, l'esperienza dell'emozione è troppo forte da sopportare, di tale entità da riuscire a fugare persino la capacità di poter essere elaborata e l'esperienza totale viene quindi smembrata. Gli eventi e i loro significati perdono connessione. L’episodio traumatico può essere vissuto, infatti, come “annientamento” (A. Freud), come “rottura dell’equilibrio dell’Io” (Greenacre, Walder), quale evento di disarticolazione delle relazioni interattive preesistenti nell’Io. La situazione traumatica rappresenta una minaccia per l'integrità dell'Io e l'esperienza di "essere se stessi" inizia a frammentarsi, contribuendo ad alterare la capacità dell'organismo di mantenere un equilibrio interno stabile, grazie ad un insieme di processi di regolazione che agiscono ogniqualvolta si verifica una variazione delle condizioni esterne (omeostasi).

Nei casi gravi, il risultato è un mondo interiore in cui le emozioni non sono verbalizzate e rimangono sconnesse dal significato personale. Non considerare i propri vissuti emotivi non rende possibile l'instaurarsi di un legame significativo con l'Altro, né con il proprio corpo, perdendo la possibilità, anche biologica, di interrompere i meccanismi che alimentano lo stress.

Inoltre, ogni area vitale (fisica, sociale e psichica) viene fortemente esposta a pericolo di destrutturazione; in assenza di integrazione si può giungere a mettere a repentaglio la stessa possibilità di vita. Quando il vissuto conseguente al trauma è accompagnato dalla sensazione di “dolore senza parole” tutti gli ambiti della persona finiscono per essere coinvolti. Nell’esperienza della patologia improvvisa si fa riferimento ad una perdita e l’elaborazione del lutto è quindi ancora più difficoltosa essendo possibile un confronto tra le condizioni precedenti il trauma e quelle successive e spesso la guarigione è la conquista di una immagine di sé in equilibrio con la nuova realtà psicofisica e ambientale.

Nei pazienti, spesso associate alle preoccupazioni attuali e alla drammaticità di questo presente, affiorano anche ricordi di traumi precedenti a volte recenti, a volte antichi. Così l’esperienza traumatica rischia anche di autoalimentarsi, creando quindi ulteriori condizioni di stress che, se non accolte, possono favorire risposte depressive che generano un'ulteriore inibizione del sistema immunitario.

È possibile osservare inoltre in alcuni pazienti con storie difficili e portatori di una sofferenza profonda, quanto l'esperienza traumatica sembra accumularsi (Khan); questo rende la persona, particolarmente vulnerabile e indifesa nei confronti di ogni esperienza potenzialmente traumatica e più sensibile e ricettiva anche rispetto agli agenti esterni ed atmosferici. Tali elementi vengono verbalizzati dai pazienti stessi come “punizioni divine”, “colpe sconosciute che si devono scontare” mettendo la persona in una condizione di assoluta passività e ulteriore disequilibrio rispetto alla malattia.

I vissuti delle persone, se non ascoltati, riconosciuti ed elaborati restano bloccati inibendo risposte; non portano il paziente a sviluppare il desiderio di guarire ma ad alimentare circuiti mentali depressi e demotivanti verso il ri-conoscere anche il significato delle cure su sé e l’importanza di queste, anche quando fanno male, sono dure o si è stanchi.

La via che porta all’evoluzione del paziente avviene attraverso il vivere esperienze di nuove realtà, attraverso lo sperimentare di poter essere accettati, accolti anche “così”. Capita frequentemente che la prima reazione nel paziente sia il desiderio di non voler essere visti così, di vergognarsi. Il riuscire a mostrarsi e il riuscire a vivere la realtà del “ho avuto una malattia” è una conquista che richiede tempo. Per il paziente la ristrutturazione del proprio campo di vita segna il superamento della fase del lutto e l’adattamento alla situazione esistente, inoltre è caratterizzata da un atteggiamento altalenante, fatto di progressivi avvicinamenti e allontanamenti. In questa fase il paziente e la famiglia, avendo la consapevolezza di quanto accaduto, raggiungono la capacità di attribuirgli un senso e la possibilità di riprogettare e ripensare la propria vita tenendo conto dei cambiamenti avvenuti. Rielaborare consente di avviare processi di armonizzazione corpo-mente e può rappresentare per la persona un’opportunità di conoscenza e di scoperta di sé, addirittura l’inizio di una liberazione, che coinvolge e integra tutte le sue dimensioni. Alcuni pazienti arrivano a verbalizzare “mi serviva questa malattia” “dovevo vivere tutto questo per arrivare qui”.

L’esperienza quotidiana mi ha permesso di riconoscere che intervenire “in itinere”, consente di prevenire stili disfunzionali di adattamento all’evento e, favorendo l’espressione del disagio, vengono stimolate adeguate modalità personali e familiari di fronteggiamento all’evento stesso, in un’ottica di qualità di vita percepita.

Questa modalità permette, quindi, l’instaurarsi di relazioni più adeguate ed efficaci sia con la famiglia che con gli operatori.

Il passaggio dalle emozioni alla malattia, dallo psichico al somatico, è un funzionamento integrato e complesso dei grandi sistemi di regolazione complessiva dell’organismo, come valorizzato dalla PNEI.

 

Bibliografia

Battani D. Pnei: paura e immunità, quando la guarigione è possibile? Un'esperienza di supporto psicologico in ambito riabilitativo (pubblicazione SIPNEI Sez. Emilia romagna)

Basaglia N. Progettare La Riabilitazione, Ed. Ermes, Milano, 2002.

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Cicerone P.E. Quando le emozioni possono produrre malattia rivista PNEI; anno II numero 5 (pag. 7).

Dethlefsen T. Malattia e destino, Ed. Mediterranee, 2006.

Giannantonio M. Psicotraumatologia, Ed. Psicologia Dell’emergenza 2° ed. Ecomind.

Solano L. Tra mente e corpo, Raffaello Cortina Ed., 2001.

http://www.psicologiaemergenza.it/

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